Remigio Bertolino (Le Porte come metafora dell’inaccessibilità)



 

 

LE PORTE COME METAFORA DELL’INACCESSIBILITA’

 

“ Dopo la fondamentale antologica del 2001, all’Antico Palazzo di Citta, a Mondovi Piazza, Dario Buscaglia, si é ritirato nel suo studio monacale concentrando tutta la sua energia verso una nuova stagione creativa che ha come leitmotiv i tronchi d’albero e le porte, i vecchi usci. Cinque anni di intenso lavoro, in una nuova ricerca formale che spinge il figurativo verso la sintesi estrema, la rastremazione di cose e oggetti, l’alchimia cromatica, il misticismo materico. L’artista si è cosi immerso in questa sinfonia di colori in preda alla corrosione e al disfacimento che ha abbandonato il tema paesaggistico sempre rappresentato con la tipica sintassi espressionista e materica. Proprio il paesaggio delle nostre amate e scandagliate “Langhe” aveva raggiunto negli anni Novanta la sua acme espressiva con i due capolavori: Rustico autunnale e L’inverno nelle Langhe, vincitori del prestigioso concorso nazionale “Arte” della Mondadori, nel 1994 e nel 1996. La prima opera é uno straordinario autunno con lo sfolgorio delle luci e delle cromie calde, con i solchi dell’aratro, in primo piano, quasi una scrittura terrestre. La seconda opera è l’elegia di una terra desolata, con i cascinali appena accennati confusi con l’ocra della collina e la colata nivea al centro, una trafittura gelida nel bel mezzo del paesaggio.
I ”tronchi” che compaiono nelle ultime tele di Buscaglia sono sezionati, analizzati quasi con una lente di ingrandimento per scoprirne la minima fessura, la minima escoriazione… Un’attenzione particolare é  rivolta alla concrezione cromatica che le cortecce hanno assunto con il passare del tempo, una materia corrosa da strati di muschi e di licheni. Vi sono tronchi a forcella che richiamano vagamente la crocifissione, il corpo di Cristo teso nella sofferenza che lo sfondo giallo sfolgorante pare acuire.
Certi tronchi hanno lunghi squarci, ferite, segni del tempo: alcuni presentano protuberanze; altri cavita che paiono nascondere nascite segrete, germinazioni metaforiche. Un’esperienza analoga era stata quella degli anni Settanta con i “legni bruciati”; anche allora il colore era denso grumo lavico, con i segni dell’incendio, delle fiamme che avevano arso il tronco spogliandolo della corteccia e carbonizzandolo.
Ora invece è proprio lo strato della corteccia, la “pelle vegetale”, ad interessare il pittore come sismografia della vita dell’albero, della sua storia.
Vi é un grande tronco, quasi arcaica figura dalla forma essenziale e simbolica; i rami nudi e scheletriti tesi al cielo e, al centro, un grande nodo, un’escrescenza rosata, indaco, lilla, germoglio o feto, forse a suggerire una possibile rinascita, o una speranza di future fioriture.
L’altro tema parallelo, portato avanti dall’artista da una decina d’anni, é quello della porta, della ”soglia”. L’occhio è calamitato da questi muri di materia che il tempo ha dilapidato, si sofferma sulle ferite, sui densi grumi di colore catramoso. Sono spesso soglie inaccessibili, vecchi usci chiusi, che non lasciano intravedere nulla al di la …. Mi sembra possano in qualche modo legarsi alle esperienze dell’Art—brut di Jean Dubuffet che analizzava la materia nel suo tessuto fisico con precisione microscopica. Anche in Buscaglia c’é uno sguardo acuto, indagatore che cerca di svelare le intime “pieghe” della materia, i sedimenti del tempo, la ruggine degli anni, le oscure cavita dei tarli.
“La porta in ocra” e come una grande composizione musicale il cui motivo dominante é appunto l’ocra che va infuocandosi su toni giallo-cinabro 0 smorzandosi nel silenzio del buio catramoso. Il colore a tratti cade, si slabbra, cola a brandelli, presenta ustioni e abrasioni: anche qui il tempo ha lasciato i suoi segni, le sue “morsure”. Uno strano e misterioso uscio é quello d’un portone abbandonato dove sono affastellate alcune persiane sfasciate, cadenti. L’azzurro della vernice si stempera nei verdi acquosi dei licheni; due vanghe sono appoggiate li, mute testimoni dello sfacelo, nella terra rossa del cortile. La “porta di ferro”, splendida nel suo monocromatismo (un vago marrone che sfuma dal pallido rosato al pieno eburneo e ruggine) é forse l’apice di questa suite a tratti misteriosa e drammatica. La grande superticie riflette le tracce del tempo: le corrosioni attorno alle trafitture dei chiodi, le profonde erosioni sul bordo inferiore come piaghe azzurrognole. Qui siamo al limite del figurativo, al massimo della forza espressiva di Buscaglia; questa porta presenta alcune analogie con le opere sperimentali di Burri, per il comune grido della materia ferita, soprattutto con l’esperienza dei ”Sacchi” e delle “Combustioni” uno dei momenti piu alti dell’informale materico internazionale.
Vi sono, infine, usci rabberciati, rattoppati con latte arrugginite, i cardini ancora ben in evidenza a ricordarre che un tempo si aprivano su cortili festanti di bambini ed ora giacciono in un silenzio profondo di solitudine e agonia.” Remigio Bertolino